Ambiente e resilienza ai tempi del #coronavirus (a proposito di una decisione recente della Corte di giustizia)

La resilienza è una proprietà di alcuni materiali e, per traslato, di individui ed istituzioni. Ma non è una caratteristica buona. E non è cattiva. È semplicemente la capacità di riassumere la propria forma dopo un evento che agisce sullo stato iniziale.

Oggi si parla di imprese resilienti e di economia resiliente e l’implicito di queste formule è che tornare al prima della deformazione significhi tornare al meglio. Nei documenti politici dell’Unione europea dopo la crisi del 2008 si è iniziato a parlare di resilienza come di una virtù della società contemporanea, anche se, a pensarci qualche istante di più, per certi aspetti la resilienza è anche una forma di resistenza al cambiamento e quindi forse non del tutto positiva.

Oggi il concetto torna all’attenzione di tutti, perché il mondo dovrebbe essere resiliente rispetto al colpo che gli ha inferto la pandemia da covid-19.

Eppure, sarà capitato a molti di guardare il cielo in queste settimane passate e rendersi conto che l’aria è più pulita e il cielo, soprattutto in certe aree del Paese, è insolitamente più blu. Mesi senza mezzi pesanti, traffico cittadino, pochi aerei e fabbriche spente hanno avuto un effetto disastroso sulle nostre economie, ma positivo sull’ambiente e sull’aria. Da questo punto di vista, stiamo meglio che in passato e se ne ha un segno evidente confrontando i dati disponibili sulle varie piattaforme di monitoraggio, come quella dell’Air Quality Index (https://aqicn.org/map/italy/).

Succede oggi repentinamente quello che accadde – in maniera più lenta e graduale – con la passata crisi economica del 2008: l’improvviso rallentamento delle attività antropiche produce una riduzione dei gas serra. Se l’economia sarà resiliente vuol dire che tornerà tutto come prima; avremo il nostro benessere economico, ma l’ambiente tornerà violentemente sotto pressione. Il che ovviamente rivela la natura “diabolica” (cioè, letteralmente, “spezzata”) di una certa concezione contemporanea del benessere: vogliamo una casa bella e ordinata ma ci comportiamo precisamente nel modo che la farà risultare sporca e caotica, quando però ad abitarla non saremo più noi ma i nostri figli.

I dati che provengono dalla Commissione europea dicono che ogni anno ci sono più di 400.000 persone la cui morte prematura è da ricollegarsi alla cattiva qualità dell’aria. E forse sono stime conservative, se si tiene conto anche dei soggetti che soffrono di patologie respiratorie e cardiovascolari aggravate dal rischio ambientale. Nel resto mondo la situazione non è differente. È brutto a dirsi, ma è come se ogni anno ci fosse una grande epidemia covid, solo più lenta, più silenziosa, più letale, e purtroppo meno selettiva, posto che aggredisce anche fasce molto giovani – e quindi molto esposte – della popolazione, come i neonati e i bambini.

Sarebbe una decisa sconfitta per l’umanità se ci rassegnassimo a pensare che l’aria pulita – come emblema di un ambiente sano – sia possibile soltanto al costo di una crisi finanziaria, epidemiologica o chissà cosa altro ancora di funesto e tremendo.

Se resilienza dovesse significare che, nel bene e nel male, tornerà tutto come prima, allora dovremmo fermarci tutti un momento e capire che non dovremmo cercare semplicemente la resilienza; al contrario, dovremmo invocare il cambiamento e, in un certo senso, essere noi il cambiamento. Forse dobbiamo rileggere le parole di papa Francesco, quando ci invita a puntare su un altro stile di vita e ad una educazione che riconcili l’umanità e l’ambiente. Certo, le crisi ambientali hanno cause profonde e origini complesse, ma questo non esime nessuno di noi dal fare la sua parte, non importa quanto piccola.

Il tema dell’ambiente e della sua qualità è un tema anche profondamente etico, spirituale e religioso e ce ne rendiamo conto perché, fin tanto che è rimasto meramente tecnologico ed economico non è cambiato nulla. Dobbiamo veramente soltanto attendere la prossima crisi per tornare ad avere aria pulita o ‘sperare’ che l’innovazione tecnologica (come se le varie opzioni di traiettoria fossero scevre da considerazioni di costo e quindi per definizione efficiente) portino a un mondo migliore su un pianeta che però continua ad avere risorse limitate a fronte di una popolazione crescente? Questa confidenza nella visione soltanto tecnologica rasenta il fatalismo; non è quello che vogliamo.

L’Italia ha riportato una recente condanna di fronte alla Corte di giustizia per mancato rispetto delle direttive sulla qualità dell’aria. Ma è passata sotto silenzio e le stesse istituzioni eurounitarie si sono accontentate, almeno per il momento, di farci una tiratina di orecchie. Però chiaramente bisogna cambiare il verso e la pandemia non deve essere usata come un anestetico per dimenticare gli altri problemi che affliggono l’umanità.

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